Sondaggi: come leggerli (e quando non crederci)

Grafici di sondaggio e urna elettorale stilizzati su sfondo viola: come leggere i sondaggi elettorali

Un sondaggio non è un risultato. È una misura, con un’incertezza. Eppure quasi sempre viene letto come se fosse un verdetto: chi sale, chi scende, chi ha vinto. Il problema non è il sondaggio in sé: è che chi lo legge non sa cosa sta guardando. Un sondaggio ben fatto, letto male, inganna quanto un sondaggio fatto male.

Per capire quanto vale un sondaggio bastano quattro cose: il margine d’errore, il campione, la ponderazione e la nota metodologica. Chi le controlla, raramente si fa ingannare. Chi non le controlla, crede a tutto. Compreso ai sondaggi farlocchi, che esistono e circolano molto più di quanto si pensi.

Il margine d’errore: il numero che cambia tutto

Ogni sondaggio serio dichiara un margine d’errore, di solito intorno al ±3% con un campione di 1.000 intervistati. Cosa significa, in pratica? Che se un partito è dato al 30%, il valore reale, con un livello di confidenza del 95%, sta tra il 27% e il 33%. Non è un dettaglio: è l’intervallo dentro cui si muove la realtà.

La conseguenza più ignorata: un vantaggio dentro il margine d’errore non è un vantaggio. Se il partito A è al 31% e il partito B al 29%, con un margine del ±3%, i due intervalli si sovrappongono quasi per intero. Statisticamente, è un pareggio. Titolare “A sorpassa B” su un distacco di due punti con un margine di tre è un errore, non una notizia. E raddoppiare il campione non dimezza l’errore: da 1.000 a 2.000 intervistati il margine scende da circa ±3% a circa ±2%, perché l’errore diminuisce con la radice quadrata del campione, non in proporzione.

Secondo punto, ancora più importante: il margine d’errore misura solo l’errore di campionamento. Non copre gli errori di metodo: chi non risponde, chi risponde in modo non sincero, un campione costruito male, domande poste in modo orientato. Un sondaggio può avere un margine dichiarato del ±2% ed essere sbagliato di sei punti per ragioni che quel numero non cattura.

Il campione conta più della sua dimensione

La domanda sbagliata è “quanti hanno intervistato?”. La domanda giusta è “chi hanno intervistato, e chi ha risposto?”. Un campione di 10.000 persone scelte male vale meno di un campione di 800 persone scelte bene. E oggi scegliere bene è diventato difficile: i tassi di risposta ai sondaggi telefonici sono crollati negli anni, e chi risponde non è un ritratto fedele di chi non risponde.

È qui che entra la ponderazione: gli istituti correggono il campione per farlo somigliare alla popolazione reale su età, genere, area geografica, titolo di studio, voto precedente. La ponderazione è legittima ed è il motivo per cui i sondaggi funzionano ancora. Ma è anche il punto debole: se una categoria è quasi assente tra chi risponde, il suo peso va moltiplicato, e ogni moltiplicazione amplifica l’errore.

La storia recente lo mostra con chiarezza. Il rapporto della task force dell’AAPOR, l’associazione americana dei ricercatori d’opinione, sui sondaggi pre-elettorali del 2024 ha esaminato 611 sondaggi delle ultime due settimane di campagna: l’errore assoluto medio sul margine tra i due partiti è stato di 3,3 punti, in calo dai 5,3 del 2020 e dai 5,2 del 2016. I sondaggi presidenziali a livello statale sono stati i più precisi dal 1944. Eppure, per il terzo ciclo presidenziale consecutivo, hanno sottostimato il voto repubblicano rispetto a quello democratico: di 2,7 punti nel 2024, di 4,6 nel 2020, di 3,1 nel 2016. Un errore sistematico, sempre nella stessa direzione, non è sfortuna: è un problema di metodo, nel 2024 legato soprattutto a gruppi difficili da intercettare (elettori repubblicani nelle aree repubblicane, elettori ispanici, chi non aveva votato nel 2020) e a previsioni di affluenza sbagliate. Lo stesso rapporto ricorda che, storicamente, le sottostime non vanno sempre in una direzione: da quando esistono i sondaggi moderni, democratici e repubblicani sono stati sottostimati più o meno con la stessa frequenza.

Quando i sondaggi sbagliano davvero: la Brexit

Il caso da manuale è il referendum britannico del 2016. L’ultimo sondaggio YouGov del giorno del voto dava il Remain al 52% e il Leave al 48%. Anche Ipsos MORI, nel sondaggio finale pubblicato il giorno del voto, dava Remain avanti 52 a 48. Il risultato fu l’esatto opposto: Leave 51,9%, Remain 48,1%. Ipsos stessa, nel suo comunicato del giorno dopo, ammise la delusione ma ricordò due cose: aveva pubblicato una probabilità del 26%, una su quattro, che vincesse il Leave; e il 13% degli elettori diceva di poter ancora cambiare idea arrivando al seggio.

Le analisi successive, tra cui quella della London School of Economics, trovarono un effetto di metodo: i sondaggi telefonici mostravano un vantaggio sistematico per il Remain, quelli online una gara molto più stretta. Entrambi i metodi sovrastimavano il Remain, ma i telefonici molto più degli online: circa 9 punti contro 5. Morale: quando due metodi diversi danno risultati diversi, la media tra i due non è la verità. È la media di due errori diversi.

Come smascherare un sondaggio farlocco

Un sondaggio farlocco si riconosce quasi sempre da cosa manca, non da cosa dice. La checklist, in ordine:

  • Manca l’istituto. Se non c’è un nome riconoscibile che ci mette la faccia, non è un sondaggio: è un numero. Gli istituti seri pubblicano serie storiche e metodologie, e possono essere controllati.
  • Manca il campione. Niente numero di intervistati, niente margine d’errore, niente date di rilevazione. Un sondaggio senza campione è come una bilancia senza scala.
  • Manca il committente. Chi ha pagato il sondaggio? Un sondaggio commissionato da un partito e diffuso senza dirlo non è una misura: è un messaggio.
  • Mancano le domande. La formulazione orienta la risposta. “Sei d’accordo che il governo stia rovinando la Nazione?” non misura un’opinione: la fabbrica. Un sondaggio serio pubblica il testo delle domande.
  • Il numero è troppo tondo o troppo estremo. Variazioni di dieci punti in una settimana, senza eventi che le spieghino, non sono opinione che cambia: sono rumore, o manipolazione.
  • Circola solo sui social. Se un sondaggio esiste solo come immagine condivisa, senza una fonte primaria che lo pubblichi con metodologia, trattalo come voce, non come dato.

In Italia, peraltro, la legge aiuta a fare questo controllo. La legge 28 del 2000, articolo 8, vieta di diffondere sondaggi sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto nei quindici giorni che precedono il voto. E stabilisce che i risultati diffusi al di fuori di quel periodo devono essere accompagnati da una nota informativa che indica: chi ha realizzato il sondaggio, committente e acquirente, criteri di formazione del campione, metodo di raccolta ed elaborazione, numero di intervistati e universo di riferimento, domande rivolte, percentuale di risposte per domanda, data di realizzazione. La stessa nota deve essere pubblicata integralmente sul sito del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio (sondaggipoliticoelettorali.it). Se un sondaggio elettorale italiano non ha una nota informativa rintracciabile, non è un sondaggio da prendere sul serio.

Come leggere un sondaggio in sessanta secondi

  • Guarda il margine d’errore prima dei numeri: se il distacco è dentro il margine, è un pareggio;
  • Controlla campione, date e metodo: telefonico, online, misto? Quanti intervistati?
  • Confronta con la media degli ultimi sondaggi, non con il sondaggio precedente: un singolo sondaggio è rumore, la media è segnale;
  • Diffida dei salti improvvisi: un movimento reale si vede in più sondaggi, non in uno solo;
  • Chiediti chi ci guadagna: chi ha commissionato il sondaggio e perché lo diffonde proprio ora?

I sondaggi non sono oracoli e non sono truffe: sono strumenti. Usati con metodo, dicono dove si sta muovendo l’opinione e con quanta incertezza. Usati come titoli, ingannano. Per chi fa campagna elettorale la differenza è pratica: un sondaggio letto bene orienta messaggi, territori e risorse; un sondaggio letto male fa spendere soldi nella direzione sbagliata. Se vuoi una comunicazione politica che usi i dati come strumenti e non come slogan, guarda come lavoriamo: comunicazione politica MDB Milano.

Domande frequenti

Un sondaggio con 10.000 intervistati è sempre affidabile?
No. Un campione enorme riduce l’errore di campionamento, ma non corregge un campione costruito male, domande orientate o un problema di ponderazione. Diecimila risposte sbagliate restano risposte sbagliate, solo più precise nel loro errore.

Perché due sondaggi lo stesso giorno danno risultati diversi?
Perché misurano con metodi diversi, in giorni diversi, con campioni diversi, e perché il margine d’errore fa sì che due misure dello stesso fenomeno possano differire di diversi punti pur essendo entrambe oneste. La cosa da guardare è la media dei sondaggi, non il singolo numero più favorevole.

I sondaggi influenzano il voto?
È discusso e difficile da misurare. Quello che è certo è che influenzano le decisioni di chi fa campagna: dove investire, che messaggi usare, quali territori presidiare. Ed è proprio per questo che saperli leggere è un vantaggio competitivo: chi li capisce li usa, chi li subisce li insegue.

Fonti

Redazione MDB Milano

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Matteo Di Bello
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Matteo Di Bello

Founder & CEO, MDB Milano

Fondatore di MDB Milano, si occupa di comunicazione e strategia digitale da oltre vent'anni e ha seguito più di 50 campagne elettorali. Rivede ogni articolo della Redazione prima della pubblicazione.